Tachina

lunedì 10 marzo 2008

Lettera da Tachina

Ciao a tutti,

qualcuno di voi mi ha chiesto cosa realmente stia succedendo in Ecuador e se é vero che il Paese sta rischiando una guerra contro la vicina Colombia. Credo che si sia rischiato questo, ma penso che il pericolo giá sia passato dimostrando come veramente la voglia di vivere in pace in questi Paesi, giá pieni di problemi sociali, abbia prevalso.

Il fatto: il 1 marzo l’esercito colombiano invade una parte del territorio ecuatoriano dove si erano installati membri della FARC (l’esercito dei ribelli colombiani) e con uno scontro a fuoco uccide una dozzina di persone (ma in realtá ancora non si conosce il numero esatto perché ogni giorno scoprono dei nuovi morti). Il presidente ecuatoriano Rafael Correa vede in quest’atto una grave mancanza della sovranitá dello Stato dell’Ecuador e la rottura dei patti internazionali dove s’afferma che nessun Stato puó invadere e guerreggiare in territorio straniero. Inizialmente il Governo colombiano accusa l’Ecuador di sostenere la FARC e iniziano, come potete immaginare, fiumi di parole, dichiarazioni politiche, articoli...da ambo le parti. Il presidente Correa, immediatamente rompe i contatti diplomatici con la Colombia. Ritira l’ambasciatore ecuatoriano dalla Colombia ed espelle quello colombiano dall’Ecuador. In una dichiarazione ufficiale dichiara che l’Ecuador ha sempre cercato rapporti amichevoli con la Colombia , cosí come con gli altri Paesi sudamericani, dimostrandosi una Nazione pacifica ed accogliente ( in Ecuador vivono piú di 500 mila ecuatoriani!). E per dimostrare come l’Ecuador sia un “País de paz” lo stasso presidente poco tempo fa esprimeva il desidario d’eliminare entro l’anno tutte le basi militari straniere del Paese( anche la base americana a Manta).

In questi giorni poi Correa ha voluto incontrare personalmente i Capi di Stato di Perú, Bolivia e Venezuela per spiegare le sue decisioni e cercare il loro supporto (anche militare). Inoltre incontra rappresentanti dell’ONU e dell’OEA e rafforza l’esercito nella frontiera con la Colombia. Il piccolo Ecuador in questo momento giá in difficoltá per i suoi gravi problemi interni quali l’emigrazione e la corruzine e devastata da calamitá naturali quali i vulcani attivi e le recenti inondazioni con centinaia di morti e che lo rendono uno dei Paesi piú poveri dell’America Latina, si stava preparando alla guerra! Non é il caso che vi scriva chi avrebbe pagato il prezzo piú alto, in un Paese giá “ricco” d’analfabetismo ( il 15% della popolazione), di traffici illegali legati al narcotraffico, violenze e soprusi ormai incontrollabili nei quartieri periferici delle grandi cittá, famiglie disgregate con bambini e vecchi che vivono sulle strade di espedienti e criminalitá...(Una vecchia suora mi diceva “in questo bel Paese l’unica cosa che funziona veramente bene é la...corruzione”!) E poi mi impressiona sempre molto l’enorme disugualitá sociale tra ricchi e poveri (vicino ad una villa con due piscine si puó vedere una catapecchia dove vivono otto persone in una sola stanza): e tra le due fazioni chi avebbe pagato il prezzo di sangue piú alto di qua e di lá delle frontiere? Chi sarebbe andato a combattere e uccidere per pochi sporchi dollari?

Questa volta peró non ha vinto l’Ecuador e non ha perso la Colombia. Ha vinto la pace! Sí perché venerdí 7 marzo il presidente colombiano Uribe ha riconosciuto il suo errore e in ben tre occasioni ufficiali ha chiesto scusa, promettendo di rispettare la sovranitá dei Paesi circostanti e di non ripetere mei piú simili azioni belliche in territorio straniero.

Io mi preparavo a malincuore a scrivervi una serie di bollettini come quelli di Beppe. Il Signore mi ha risparmiato questo dolore e soprattutto ha ascoltato il grido di tanti, tantissimi suoi figli che invocavano la pace. Certo rimaniamo con i nostri problemi di insicurezza interna, di corruzione, di criminalitá organizzata, di bambini e vecchi che muoino o vengono uccisi ai margini delle strade. Ma l’assenza della guerra é un buon inizio per poter affrontare in modo giusto ed equilibrato, con forza e decisione questi problemi che creano di per sé giá una sanguinosa guerra interna.

Auguriamoci che anche in Kenya, qualcuno si decida a chiedere scusa e s’imbocchi una vera strada di pace.

Fratel Maurizio


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